Digital disruption, termine coniato dal professore di Harvard Clayton Christensen, che indica il momento in cui una nuova tecnologia origina il cambiamento di una determinata attività modificando il modello di business precedente.

Sono molteplici gli esempi di digital disruption:

  • la fotografia digitale che a poco a poco ha fatto scomparire la pellicola fotografica
  • lo smartphone che sta sostituendo in molti casi il telefono a fili
  • l’e-commerce che impone sostanziali cambiamenti al mondo del retail
  • l’editoria digitale, talmente comoda e alla portata di tutti da far temere una progressiva scomparsa di quella cartacea.

Sono esplicativi casi di aziende come Amazon che ha cambiato il modo di fare shopping o di Netflix che ha rivoluzionato il modo di vedere la tv. Apple con la nascita della categoria smartphone e tablet che ha cambiato il modo di comunicare, Uber che ha sostituito il servizio dei tassisti.

Si potrebbe continuare oltre ma crediamo che questi esempi siano sufficienti a far capire la situazione che gran parte delle aziende oggi vive.

Alcuni settori sono stati cancellati o rivoluzionati a seguito dell’avvento del digitale, solo chi ha saputo cavalcare la sua onda, reinventandosi e trovando nuovi sbocchi, ha potuto trarre beneficio dalla digital disruption.

Per non cedere il passo, le aziende hanno avuto in passato, e attualmente hanno, due possibilità:

possono far propria l’innovazione tecnologica oppure cercare di prevederla e co-crearla.

In quest’ultimo caso è necessario tenere monitorati alcuni aspetti:

  1. Comportamento dei consumatori sia interni che esterni (partner, clienti finali, distributori, ecc.);
  2. Mercato di riferimento;
  3. Principali competitor;
  4. Tecnologie di spicco.

Adottando quindi questa visione proattiva le aziende riescono a raggiungere la cosiddetta “maturità digitale”  anticipando gli scenari di cambiamento e divenendo esse stesse autrici di nuove soluzioni digitali.

Non solo le grandi aziende sono coinvolte ma anche e soprattutto le medio-piccole.

I mercati sono in continua evoluzione, il digitale ha assunto una tale importanza da necessitare che qualcuno in azienda se ne occupi direttamente

il CDO (Chief Digital Officer) per esempio: “colui che ha il compito di armonizzare il disordine che il digitale spesso nasconde” (ne abbiamo parlato in questo post).

Il reparto IT non dev’essere l’unico responsabile di tale cambiamento

tutte i reparti aziendali sono coinvolti: dall’ufficio HR attraverso l’introduzione, ad esempio, di tecnologie utili alla gestione e alla formazione del personale, al comparto relativo al Marketing & Sales grazie al fondamentale contributo che può portare al business attraverso l’introduzione in azienda di Business App e tecnologie a supporto della Lead Generation e delle vendite.

In alternativa alla diretta presa in carico di tale responsabilità da parte dell’azienda, ci si può affidare ad Innovation Company

dedicate a supportare le aziende nel percorso verso l’innovazione e la digitalizzazione (il nostro metodo). Quest’ultima soluzione sembra essere la più gettonata, secondo una ricerca recente della School of Management del Politecnico di Milano, infatti, si evidenzia un trend positivo da parte delle aziende italiane nei confronti dell’outsourcing, quale soluzione per far fronte all’innovazione digitale, perché in grado di dare ritorni veloci ed evidenti.

Le principali aree in cui le aziende italiane investono per far fronte alla digitalizzazione sono (School of Management del Politecnico di Milano):

  • Big Data e Analytics (55%)
  • Dematerializzazione – conversione di documenti cartacei in un adeguato formato digitale – (53%)
  • Sistemi gestionali ERP innovativi (48%)
  • Mobile App per il business.

Oggi la competitività si basa sulla capacità delle aziende di sfruttare la tecnologia e gli strumenti digitali che offre il mercato.

La figura del CEO non è sufficiente a far fronte al cambiamento.

Gli Amministratori Delegati delle società sono inclini a ragionare per obiettivi a breve termine che mal si conciliano con termini come “reinventare” e “innovazione”.

Necessitano di una figura al loro fianco.

Alcuni hanno già surclassato il CDO per ritenere ideale allo svolgimento di un compito tanto arduo una nuova figura, capace di guidare il futuro della società mentre l’amministratore delegato si prende cura della gestione del business esistente: il Chief Entrepreneur (CE).

Si tratta di un dirigente potente come il CEO ma con una chiara volontà di portare un’innovazione radicale all’interno della società.

Che caratteristiche dovrebbe avere un buon CE?

  • Deve saper fiutare l’innovazione, basando un progetto di crescita su calcoli e fondamenti, non su scommesse.
  • E’ una persona ottimista, carismatica, entusiasta.
  • Sarebbe capace di costruire un business dal nulla, grazie alle sue idee.
  • Non teme il fallimento, anzi, lo considera un’opportunità per imparare.

Che cosa dovrebbe fare un CE in un’azienda?

  • Sviluppare nuovi modelli di business e proposte per la crescita futura della società.
  • Guidare e sostenere una propria squadra di persone.
  • Misurare i progressi dei propri progetti d’innovazione.
  • Stabilire e consolidare una partnership con l’amministratore delegato . La comunicazione è fondamentale tra le due figure perché l’amministratore delegato è la persona che può contribuire a finanziare gli esperimenti futuri.
  • Coinvolgere anche CTO, CIO e CFO, figure che hanno il compito di mantenere l’attività esistente in buona forma.

Il sistema aziendale di oggi ha bisogno di organizzazioni ambidestre: che eseguono ed innovano, allo stesso tempo.

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